Arrivo a Firenze dopo 32 mesi dalla maratona di Roma. Ci arrivo più preparato: 1.077km da inizio luglio. In progressione. A ritmi sempre più sostenuti. A Roma ero arrivato con quasi 200km in meno. Ma quella era la prima maratona. Quella della follia. Quella dove conta arrivare in fondo. Questa era la maratona della consapevolezza, dove conta centrare l’obiettivo che ti fissi. Me ne ero fissato uno molto ambizioso. Correre in 3.33 contro i 3.50 di Roma.

Arrivo a Firenze avendo superato piccoli inconvenienti tecnici alle caviglie, l’operazione all’unghia dell’alluce, il parziale blocco lombare alla semifinale di un torneo di tennis solo 15 giorni fa. Ma ci arrivo bene. La temperatura è perfetta, meno di dieci gradi alla partenza che vede oltre 8.500 partecipanti. Parto nella griglia azzurra riservata a chi mira a correre tra le tre ore e le tre e trenta. Praticamente davanti a tutti se non i top runner.

Non ho scuse. Devo fare bene. Non fosse stato per la notte insonne per una coppietta in luna di miele nella stanza accanto che ci ha dato dentro sia come quantità di volte che come volume di rumore.

Mi sveglio alle 5.30 e misuro al solito la condizione del cuore. Battiti a riposo 46. HRV a 56 con punteggio di otto decimi parasimpatico. Il sovra allenamento è alle spalle. Il cuore, tre settimane fa, era man mano schizzato a 51/52, con punteggio HRV a 3… avevo esagerato con troppe ore di tennis e nuoto sommate alle corse quasi quotidiane. Quasi sempre due allenamenti al giorno. A 57 anni il fisico avrebbe dovuto riposare un pochino di più.

Mi sveglio con una nausea incredibile e nonostante si faccia colazione al quinto piano su una terrazza con vista mozzafiato del Duomo, riesco a ingurgitare poco cibo con uno sforzo disumano. Poi preparo i piedi con la crema che sto mettendo da ormai un mese, mi vesto, un bacio a moglie e bimba e scendo nel freddo di una mattina uggiosa fredda e nebbiosa.

La città è più che sveglia, sono già in tanti a scaldarsi e ad avvicinarsi alle griglie, preparate proprio davanti al Duomo. Spettacolo incredibile che ci invidiano in tutto il mondo. Quando entro nella gabbia, mi rendo conto che sono proprio davanti a tutti, al contrario di Roma dove ero partito dopo gli ultimi per attendere la fine del temporale. Intorno a me parlano di tempi incredibili. Uno ha corso Valencia domenica scorsa in 2.26 e oggi è qui ad accompagnare l’esordio di una amica che vuole chiudere entro le 3.10. Mi sento un pesce fuor d’acqua. Non mi devo fare prendere dalla foga di volare con questi razzi.

Si parte puntuali alle 8.30, la via è stretta e il ritmo molto lento. 5’10 al primo km, ma l’errore era già cominciato. Quel ritmo è bugiardo. I primi 400 metri corsi lentissimi sono stati compensati da 600 metri a 4’30. Rallento ma non abbastanza. E così mi faccio 10km sotto i 5′, a rincorrere i palloncini azzurri delle 3.30 con l’amico Giampaolo. Ma mi rendo conto già al terzo km che non sarà giornata, non ripeterò l’esperienza eccezionale dei 32km corsi a Vico, con 11k iniziali, da solo, a 5’20 e poi la mezza appena sotto i 5, sempre attaccando, anche in salita; oggi questo ritmo così alto lo pagherò. Intorno a me allegria e spensieratezza. Ma anche impegno. Sorpasso Fausto, un ragazzo giovane che spinge una ragazzina sulla carrozzella. Metto la mia mano sulla sua, ma non dico niente. Il fiato è prezioso. Per lo più vengo superato nonostante il buon ritmo. Ma ci sta. Ero partito davanti a gente molto più forte di me.

Dopo un inseguimento di quattordici km, arrivo quasi a poter dire a Giampaolo, senza nemmeno urlare, che ero lì. Come inizialmente programmato. Ma non ne ho il tempo. Pian piano vedo i palloncini azzurri andare. E con loro la mia speranza della gara perfetta che avevo sognato da inizio luglio. Ma non tutto è perduto. In fin dei conti potrei ancora fare un gran tempo. Per uno della mia età che ha cominciato a correre esattamente 36 mesi fa posso esser più che felice. Resisto.

Arrivo al ventesimo in perfetta tabella: un’ora e quaranta. Ma la verità è che le gambe avevano già cominciato a rallentare. Un primo segnale di allarme. Trovo mia moglie e la bimba che mi passano la bottiglietta con i sali e mi danno un bacio. Bella sensazione. Così accelero e passo anche alla mezza con un tempo più che decente, un’ora e quarantacinque e spiccioli. Stiamo sfiorando quella meraviglia di Ponte Vecchio sulla sinistra. Ma la testa ha già capito che la benzina è finita. Al 23esimo comincio a rallentare vistosamente. Una ragazza un po’ sovrappeso si ferma vittima dei crampi. Negli ultimi 20 km si fermerà tante volte salvo poi riprendere a correre sino a superarmi e fermarsi nuovamente. Sembra quasi lo faccia apposta. Io vado avanti senza strappi. La mia Via Crucis è cominciata. Non conto i km che mancano, penso sempre positivo e per fortuna piedi caviglie e glutei funzionano bene. Solo che le gambe non vanno più avanti, stanno diventando sempre più dure e pesanti; il cuore decelera gradualmente da 152 a 138. Trascino faticosamente le gambe sempre più dolenti sino al trentesimo dove mi fermo qualche secondo a camminare per bere un bicchiere di tè caldo. Sono al terzo gel e non ho alcuna sensazione di fame. E ho già finito un litro di acqua e sale. Riprendo a correre e decido di non fermarmi più. Troppo dura ripartire. Ci fanno anche fare un mezzo giro nel campo di atletica ma non è poi così emozionante. Stadio vuoto. Silenzio. Sono in tanti a lamentarsene. Per fortuna la gente è tutta lungo le strade. Allegra e festante. Urlano, applaudono, incitano. La musica è dislocata ogni 7km circa e tutte le volte è una piccola iniezione di ricostituente per andare avanti e non mollare.

Sono arrivato al km 34 e ritrovo mia moglie con pronta un’altra bottiglietta e una banana sbucciata. Ma non sono più lucido e nel prenderla la lascio scivolare per terra. Peccato. Ma quella bottiglietta mi accompagnerà sino all’arrivo. Grazie amore mio.

Supero un ragazzo cieco che si appoggia alla sua guida che gli fornisce istruzioni precise e dettagliate ogni dieci secondi. Tanto di cappello! Nel frattempo siamo arrivati in centro città e passiamo due volte dietro il Duomo. Dobbiamo lasciare il passo ad una autoambulanza a sirene spiegate. Mi preoccupa un po’. Perché non è che mi senta poi così bene. Non sono manco abituato a correre sopra i 6’/km. E la testa è ormai andata. Troppo forte la delusione di aver ciccato in questo modo una gara preparata da luglio con oltre 1.000 km. Provo tre volte ad accelerare negli ultimi 4km memore dell’allenamento di ripetute (3x4k) eseguito tre volte nell’ultimo mese. Ma non ne ho. Ci provo. La testa dice alle gambe di accelerare. Ma dopo neanche trenta secondi le gambe hanno la meglio. Ormai sono due pezzi di legno. Fa male. Ma penso all’ultra runner Andrea che ha appena finito in Antartide e mi ripeto che non posso mollare ora. Lui che ha finito 250km in cinque giorni con la neve sino alle ginocchia. Si va avanti. Ponte vecchio. Lungarno. Fausto spingendo la sua carrozzella mi supera anche lui. Onore a lui e alla sua bontà. Si torna di qua dell’Arno e ormai mancano solo più 2 km. La gente è tanta. Ci incita a non mollare ora. Ho il terrore di fermarmi perché so che non riuscirei neanche a camminare. Devo arrivare al traguardo. Per finirla. Non ho il coraggio di guardare il GARMIN perché anche i palloncini delle 3.45 mi hanno superato lasciandomi a bocca aperta. A questo punto rischio di fare peggio che a Roma.

Invece alla fine è comunque personale a 3.47.47.

Arrivo e mi sento male. Le gambe oscillano, i piedi non reggono il peso de corpo e sbando vistosamente; mi manca l’aria; non riesco a pensare, nè fare nulla. Cammino come un ebete per prendere la medaglia, farmi coprire con il telo coibentante, restituire il chip e ritirare un pacchetto con un frutto e una bottiglietta d’acqua. Provo a bere un po’. Nausea mostruosa ma non posso neanche pensare di vomitare in mezzo a tutta questa gente. Così torno in albergo ad aspettare le mie due bionde. Poverine. Quasi quattro ore a camminare nel freddo di questa domenica uggiosa. Ma proprio arrivando in albergo mi prendo la mia rivincita. Perché decido di salire i cinque piani di scale a piedi come mia abitudine. E le gambe rispondono. Non ho fatto il tempo che volevo ma sono vivo e comunque contento di aver finito indenne la mia seconda maratona. Consapevole. Che si può fare di più ma che si può anche non fare…

Domani mezz’ora di corsetta lenta per scaricare le gambe…
roberto pesce