..:: L'intervista

Il Dean Karnazes italiano - di silla
11-10-2008

Dean Karnazes, il più famoso degli ultramaratoneti, è solito affermare: «Il fisico umano ha dei limiti, la mente umana no».
Se la corsa è (anche) questione di spirito, Paolo Materozzoli è uno di quelli che, indossato il completo da running e allacciate le scarpette da corsa, comincia a correre mettendoci tutto sé stesso: anima e corpo.
Ed è sicuramente questo il segreto grazie al quale Paolo riesce a terminare tutte quelle prove estenuanti a cui è solito partecipare. Gare in cui, quando ti mancano le gambe per arrivare al traguardo, devi metterci la testa.

Come Dean Karnazes, anche Paolo ha (ri)scoperto la corsa in età matura: «Da ragazzo mi divertivo in pista, sui cento metri. A diciannove anni mi laureai vice campione italiano ai campionati studenteschi con il tempo di 11”2, poi arrivò la chiamata per il servizio di leva. E tornato dal militare, mi sposai subito, e allo stesso tempo abbandonai la corsa. Per qualche tempo praticai la pesca subacquea, ma in breve il lavoro cominciò a richiedermi sempre più tempo e dovetti abbandonare anche quella. Rimasi sedentario (o quasi) fino ai cinquant’anni. Il giorno del mio compleanno, mi alzai dal letto e mi guardai allo specchio: “Basta – dissi a me stesso -. Ho bisogno di sentire che valgo ancora qualcosa”. Dovevo sfogarmi. Infilai un paio di scarpe da ginnastica e andai a correre a Casal Palocco. Feci quattro kilometri, e alla fine avevo meno fiatone di quanto mi sarei aspettato».

La corsa è stato amore a prima vista e in pochi mesi Paolo ha bruciato ogni tabella di allenamento arrivano a correre presto distanze impensabili.
«Nei miei allenamenti al parco, incontrai un amico che correva per la società Libera Atletica, il quale mi convinse a iscrivermi in società. Lì, a contatto con altri runner, ho cominciato ad allenarmi con più criterio, seguendo dei programmi che incrementavano la distanza e proponevano anche qualche lavoro specifico. Dopo sei mesi, ho esordito nella mia prima mezza maratona e dopo un anno ero al via della maratona di Roma. E quella stessa estate scoprii il fascino delle 50 kilometri. Fu in Sardegna, alla gara di Villasimus. Ci misi cinque ore tonde tonde. Me la presi con calma e mi gustai gli splendidi paesaggi dell’isola. E fu allora che rimasi affascinato dalle gare sulla lunga distanza».

Nel frattempo, oltre ad allungare la distanza di gara, Paolo riesce anche a migliorare i suoi tempi.
«Alla Roma Ostia del 1996 chiusi in un’ora e 35 minuti e alla Maratona di Roma di quello stesso anno feci 3 ore e 38 minuti. Il 1996 fu il mio anno migliore. Dopo di allora, i tempi hanno cominciato ad allungarsi a poco a poco (avevo anche 52 anni, cosa volete?), ma allo stesso tempo vedevo che il mio rendimento sulla distanza non ne risentiva, anzi…».

Anzi, Paolo decide di usare le gare più brevi per preparare maratone, ultramaratone e corse in montagna.
«Finora, ho partecipato a cinque 100 kilometri del Passatore e a sei 50 kilometri: oltre a Villasimus, ho corso la 50 kilometri di Romagna e quattro edizioni della Pistoia-Abetone. Di tutte, ricordo in modo particolare il Passatore del 2002, chiusa in 12 ore e 56 minuti. Per tutta la gara, fui scortato in auto dalla mia compagna, che ogni cinque kilometi si fermava per aspettarmi, si assicurava che andasse tutto bene e poi risaliva in macchina per raggiungere il rifornimento successivo. Nell’attesa, faceva le parole crociate. Ma intorno al kilometro 35, vado incontro a una crisi. Il caso volle che proprio al 35 kilometro iniziava la salita della Colla e in quel punto le macchine venivano fatte deviare su una strada parallela dall’organizzazione. Così la mia compagna mi perde di vista, aspetta, aspetta ma non mi vede arrivare, allora decide di tornare indietro, mentre io invece avevo già superato la salita e mi ero ripreso dalla crisi. Morale: ci ritroviamo soltano dopo il 50° kilometro. Meglio tardi che mai…».

Dopo quella gara, Paolo staccò dalla corsa per tre anni. Si prese una di quelle pause che ogni tanto ti impone la vita. Poi è tornato più motivato di prima.
«In pochi mesi mi sono preparato per la Maratona di New York, che era sempre stata il mio sogno. In realtà feci una preparazione molto sommaria, ma sufficiente per essere al via nella Grande Mela. Fermai il crono a 5 ore e 24 minuti, ma oramai avevo detto a me stesso che i tempi non li avrei più guardati. Ora, della corsa, mi interessava solamente l’aspetto ludico, salutare, sociale. L’anno dopo feci le maratone di Roma e di Padova».

Tutte con un denominatore comune: la crisi del 30° kilometro.
«Capita spesso, sulle lunghe distanze. Ma è bello vedere come il tuo corpo reagisce, come riesce ad adattarsi a quella nuova difficoltà. In un attimo, ti sembra di essere morto, qualche minuto più tardi ti senti risorgere, e dopo pochi kilometri ancora ti sembra di andare più forte di prima. Nelle gare sulla lunga distanza come le 100 kilometri, sei sempre accompagnato da momenti di forte sofferenza a momenti di estrema lucidità. Però il giorno dopo ogni 100 kilometri, ho sempre verificato un ottimo recupero. Il corpo umano è proprio un mistero».

Un mistero che Paolo ancora non ha ben chiaro. E allora tanto vale correrci sopra.
«Se devo scegliere la mia gara ideale, dico la Maratona dell’Etna. Si parte dal mare e si arriva in cima al Vulcano. Passi dal caldo della costa al vento dell’alta quota. E, continuando a salire, incontri paesaggi stupendi. Le corse in montagna sono le mie preferite proprio per la bellezza dei luoghi attraversati. Luoghi unici, come il Terminillo. E poi delle gare in salita adoro anche l’impegno che ti richiede la prova: quando muscoli e polpacci cominciano a dolerti, si va avanti solo con la testa. È la testa che ti dice: “Non devi mollare”. Perché se ascolti solo le gambe, rischi di non concluderne una. Io, invece, per quanto lento, posso vantarmi di un piccolo record personale: di avere portato a termine tutte le gare a cui ho partecipato».

La corsa in salita diverte anche in allenamento.
«Per “fare la gamba”, eseguo le ripetute in via Giotto, che ha la lunghezza e la pendenza ideale. Di solito faccio sei ripetute da 500 metri. Un giorno, subito dopo l’allenamento in salita, mi è capitato di andare a correre un 4x400 in pista, con i compagni di squadra. Credevo di avere le gambe imballate e invece, abituato a correre sulla pendenza, una volta che ho toccato il tartan ho cominciato a… volare! Qualcosa di simile mi è capitato anche alla staffetta 12x1h: nel finale, ho rallentato perché avevo paura di andare in debito di energie, ma in realtà ho concluso la prova che stavo ancora molto bene».

C’è un aspetto che Paolo non ha mai perso di vista, in tanti anni di running: il divertimento.
«Quando cominciai a correre, pesavo 73 chili. Ora ne peso 66. Per la mia statura, potrei scendere ancora di peso, ma non sono un fanatico. Mi conosco e so che sarebbe inutile pretendere di più dal mio fisico, e allora vivo la corsa con entusiasmo e a fine gara mi piace mangiare bene e “reintegrare” quello che ho bruciato con un buon convivio e anche un bicchierino di buon vino rosso. Fa parte anche quello del rituale di gara…».