..:: L'intervista

Timida dolcezza - di silla
27-11-2008

L’amore di Francesca Pimpinella per la corsa è stato così travolgente da affascinare tutta la redazione di Runner’s World, il famoso mensile internazionale che, ogni mese, premia i lettori che raccontano la propria esperienza da podisti. Francesca è stata premiata per la lettera che ha inviato al magazine lo scorso agosto e in cui ha descritto il suo primo incontro con il mondo dell’atletica, che è coinciso con il primo incontro con Gabriele. E da entrambi gli incontri - con l’atletica e con Gabriele - è sbocciato l’amore.
«Era una domenica mattina, ero a casa, ancora in pigiama, quando suonò il campanello. Andai ad aprire la porta pensando di trovare davanti a me papà, che sarebbe tornato a momenti da una gara di corsa a cui aveva partecipato, come ogni domenica. E invece mi trovai di fronte un ragazzo, bello e sorridente. Come lo vidi, rimasi intimidita per il fatto di essermi presentata mezza assonnata e ancora in disordine. Accostai la porta senza nemmeno salutarlo, mi fiondai in bagno, mi vestii e mi truccai anche un po’. Ero emozionata. Scoprii che il ragazzo era un amico di mio padre, anche lui podista. Si chiamava Gabriele e si fermò da noi per pranzo. Presto, mi accorsi che oltre ad essere carino era anche simpatico. Sorrideva sempre. Poi, parlandoci, ho scoperto che era anche pieno di valori. È stato amore a prima vista».

È stato così fulminante anche l’amore per la corsa?
«Quello no, è arrivato un anno e mezzo più tardi. Gabriele non mi ha mai chiesto di seguirlo nei suoi allenamenti e io credevo di non essere portata a correre, non mi ci vedevo con le scarpette ai piedi a sudare. Semmai, ogni tanto capitava che lo seguissi negli allenamenti in bici. Ma lui, a piedi, andava più forte di me che pedalavo... Poi, un’estate - eravamo al mare in Calabria, a casa di sua mamma - vedevo che lui tutte le mattine usciva ad allenarsi con i suoi amici e allora pensai: “Perché non provare anche io?”. Chiesi a Gabriele di svolgere con loro il riscaldamento. E la corsa mi piacque subito. Ne trassi subito i benefici e la piacevole sensazione di benessere. Tornati dalle vacanze, a settembre ci iscrivemmo entrambi al gruppo Lbm Sport, di cui già conoscevamo il negozio».

Prima della corsa, hai mai fatto altri sport?
«Per diversi anni ho fatto judo ed ero anche bravina. A casa conservo ancora tutte le coppe che ho vinto. Ho lasciato da adolescente, perché mi mancavano le uscite con gli amici. Ero nell’età in cui preferisci divertirti ed essere spensierata piuttosto che chiuderti in una palestra. Con il senno di poi, un po’ mi pento di quella scelta».

E ora come vivi la corsa?
«È una filosofia di vita. Lo sport ti insegna ad avvalorare tutti gli aspetti della vita, perchè capisci il senso del sacrificio. Poi è un momento di stacco dal lavoro, dallo studio e dai problemi di ogni giorno. Ed è un mezzo per socializzare. Ma chi non corre e ti guarda dall’esterno, spesso non ti capisce e rischia di cadere in certi pregiudizi».

Dove ti alleni?
«In Caffarella o in pista alle Terme di Caracalla. Quasi sempre da sola. Non per scelta, ma per esigenze di lavoro. Prima, quando studiavo a tempo pieno e non avevo problemi di orario, ero seguita da un allenatore. Ne ho avuti parecchi. Il primo è stato Angelo Ciccone, a cui devo molto. Amava lavorare con noi ragazzi, credeva nei giovani e ci trasmetteva la sua passione con semplicità. Mi ha dato tanti consigli per migliorare la mia tecnica e i miei metodi di allenamento».

E con papà, non ti sei mai allenata?
«Ogni tanto capita. Le prime volte, era lui ad adattarsi al mio ritmo, più lento, e mi dava consigli. Ora, invece, è il contrario, sono io che rallento e gli do qualche consiglio... e alla maratona di Roma gli faccio anche da lepre».

Da lepre!?
«Sì, ormai il nostro è un appuntamento fisso, una tradizione. A ogni maratona, lo aspetto all’altezza del cartello del ventesimo kilometro e, quando lo vedo arrivare, mi immetto nel percorso e lo scorto fino al traguardo. Più che dettargli il passo, gli faccio compagnia. Papà ha sempre interpretato la corsa con divertimento. Anche quando sta faticando, riesce a sdrammatizzare e a sorridere. All’ultima maratona è stato colto dai crampi al 41° kilometro. Ebbene, ha stretto i denti e continuato a salutare la gente che conosceva e che lo incitava a bordo strada».

Tu e papà avete trasformato uno sport individuale in uno sport di squadra...
«Beh, a dirla tutta, spesso e sovente corriamo da... rivali. Soprattutto negli ultimi tempi, con i miei riscontri cronometrici che sono migliorati e si sono avvicinati ai suoi, ogni gara corriamo la sfida nella sfida. Prima del via, ci “giochiamo” qualcosa e, chi arriverà per ultimo al traguardo, sarà costretto a pagare dazio...»

E cosa vi “giocate”?
«Quando perdo, di solito papà mi chiede di aiutare mio fratello a fare i compiti...».

E quando vinci?
«L’ultima volta è stata alla Mezza Maratona di Civitavecchia e la posta in palio era piuttosto alta: la settimana prima avevo rotto il computer, così chiesi a papà di ricomprarmelo nuovo. Sapeva che mi serviva per studiare, ma anche per tenermi in contatto via mail e via webcam con Gabriele, che ora è in Spagna. È stato buono, papà. Ancora una volta ha dimostrato che sono la sua “cocca”...».

Sarà orgoglioso dei tuoi risultati podistici...
«Ha sempre tenuto che i suoi figli facessero sport e ci ha sempre educato in questo senso. E ora che corro con costanza è bello anche per me constatare i miei progressi. Non guardo troppo il cronometro, mi basta la sensazione di terminare le gare sempre meno stanca... Gabriele è il primo che se ne è accorto. Quando corriamo nella stessa manifestazione, dopo che lui ha concluso la sua corsa torna indietro finché non mi vede e a quel punto mi scorta fino al traguardo. Le prime volte, sulle 10 kilometri, ci ricongiungevamo a circa tre kilometri dall’arrivo nelle ultime gare ho “guadagnato” circa mille metri... e quei due kilometri che faccio con lui sono i più belli di tutta la gara: Gabri mi dà la carica per fare l’ultimo sprint e concludere in crescendo».

Ora che è in Spagna...
«Mi manca tanto... anche per la corsa. Andare alle gare senza di lui è diverso... E quando ho bisogno di un consiglio, devo fare a meno di lui. A proposito di running, il pregio di Gabriele è che non mi ha mai “imposto” la sua visione di corsa, mi ha sempre lasciato vivere lo sport a modo mio. Per lui la corsa è un “gioco” e così ho imparato a prenderla io. Anzi, a dirla tutta, sono più le volte che mi invita a diminuire gli allenamenti. Ha paura che mi sforzi troppo».

E anche che non mangi!
«Sì, è vero. Si è fissato che mangio poco. Io dico il contrario: è lui che mangia troppo!»

Qual è stata la tua gara migliore?
«La gara del Terminillo, la mia prima vittoria. Ma più bella ancora è stata la vittoria a Vicovaro: io mi sono imposta nella mia categoria e Gabriele nella sua: è stata una sensazione stupenda salire entrambi sul podio e onorare insieme i colori della nostra squadra. Vado molto fiera della mia società».

E con gli infortuni, come va?
«Benino. Ho imparato ad accettargli. L’anno scorso sono stata ferma parecchio tempo per un problema al polpaccio e l’avevo presa male. Ci soffrivo, a non correre. Ora, invece, grazie anche all’aiuto di Giuseppe Minici, che mi ha insegnato a valutare l’entità di ogni dolore muscolare e a curarmi di conseguenza, sono più serena anche se devo fermarmi. Prima l’infortunio mi deprimeva: mi innervosivo e non facevo più niente. Ora lo vedo come qualcosa di passeggero e come l’opportunità di dedicarmi alle cose e alle persone a cui di solito dedico poco tempo: faccio sport alternativi, come la bici o il nuoto, ed esco con gli amici che magari non vedo da un pò. Anche loro lo hanno imparato e, quando mi rifaccio viva, mi chiedono: “Sei infortunata?”».

Corsa a parte, sei molto impegnata?
«Sono laureata in Scienze della Formazione Primaria e sto studiando per la Laurea Specialistica, per potere insegnare alle scuole elementari. Nel frattempo, lavoro in un asilo dove accudisco i bimbi di tre anni. Li faccio fare molta attività motoria, a ritmo di musica. Facciamo salti, capriole, corsa tra i birilli... delle piccole olimpiadi. Ci divertiamo parecchio, sia io che loro».

Toglici una curiosità: perché hai mandato la lettera a Runner’s World?
«È stata una scommessa con papà. A papà piace molto scrivere per raccontare le sue emozioni e spesso manda le sue lettere alle varie riviste di atletica. Un giorno gliene pubblicarono una, ma senza premiarlo. Lui, come la vide, si vantò di fronte agli amici. Ma io gli feci notare che non aveva vinto. Allora partì la scommessa. Papà mi disse: “vediamo se tu sei capace di fare di meglio”. Me lo disse fiducioso che ci sarei riuscita. E ci sono riuscita. E lui è stato così contento che quando è uscito il numero con la mia lettera ha fatto il giro di tutte le edicole vicino a casa e ha comprato tutti i Runner’s World di quel mese...».